INTERVENTI su Pier Giorgio Perotto

 

Pier Giorgio Perotto: una vita dedicata all’informatica
L'inventore della ”Perottina” il primo personal computer della storia
di Angelo Raffaele Meo

Questo articolo è apparso su MEDIA DUEMILA numero 194 marzo 2002

 Non era un uomo da lamentele, polemiche, piagnistei demoralizzazioni, ma un combattente tenace, sereno e leale

In un articolo su Media 2000 pubblicato un paio d’anni fa Pier Giorgio Perotto osservava che gli antichi romani tramandarono ai posteri i nomi dei loro capi – re, dittatori, imperatori – dei condottieri, di poeti e scrittori, ma si dimenticarono dei molti ingegneri che progettarono e realizzarono opere immense e durature, come edifici, monumenti, teatri, strade, acquedotti.

Perotto non era un uomo da lamentele, polemiche, piagnistei, demoralizzazione, ma un combattente tenace, sereno e leale; così non approfondì molto quell’osservazione. Io che sono tanto pessimista quanto Perotto era ottimista e che un giorno confessai su Media 2OOO di soffrire per una carenza nel sangue di quell’ormone chiamato “felicitina” che consente la felicità degli uomini nonostante la loro condizione di uomini, sento quella dimenticanza degli antichi romani come un simbolo della predilezione italiana per la cultura umanistica rispetto a quella scientifica, come un sintomo di una scarsa vocazione per l’innovazione di ogni tipo e in particolare per l’innovazione tecnologica e industriale.

Penso che la storia di Pier Giorgio Perotto possa essere ripercorsa con questa chiave di lettura.

II ricercatore accademico.

Nel 1968 il sottoscritto, che era assistente alla cattedra di Elettrotecnica e avrebbe dovuto occuparsi di altre cose, propose a una rivista scientifica un articolo ove si enunciava e dimostrava un teorema di logica. Era un risultato di modesta importanza scientifica che prometteva una qualche utilità nel progetto di calcolatori, ma che si rivelerà poi di nessuna rilevanza applicativa. Comunque, i revisori della rivista bocciarono quell’articolo perchè quel teorema era noto, essendo stato dimostrato dal grande logico americano Quine, e mi rimandarono alle ”Transactions on Electronic Computers”, che non conoscevo pur essendo quella la più importante rivista internazionale dedicata alla scienza del calcolatore. Corsi in biblioteca e nel primo numero della rivista che sfogliai trovai l’articolo di un italiano che non conoscevo, Pier Giorgio Perotta.

La lettura di quell’articolo, che mi colpi per l’ingegnosità della tecnica descritta, mi riempì di entusiasmo e mi indusse ad abbandonare l’elettromagnetismo e la relatività di cui mi stavo occupando per buttarmi nell’informatica. Mi sono domandato soltanto oggi, volendo scrivere questo articolo, quali fossero le ragioni dell’interesse di Perotto per il riconoscimento ottico di caratteri, ossia per la lettura automatica di documenti cartacei.

La questione mi è stata chiarita da un caro amico, l’ingegner Filippo Demonte, che dal ’63 al ’70 prosegui la ricerca di Perotto sui lettori ottici arrivando sino alla realizzazione dei prototipi industriali. II disegno di Perotto, che dirigeva in quegli anni l’Ufficio Apparecchiature Elettroniche e Meccaniche per la Produzione” dell’Olivetti, era molto ampio e ambizioso, essendo finalizzato alla realizzazione di una famiglia completa di apparati per l’automazione dell’ufficio. Accanto al ”desk top computer”, ossia al primo personal computer della storia, chiamato ”la perottina”, si svilupparono le macchine contabili ”Auditronic” e due linee di lettori di caratteri, una ottica e una magnetica. Oltre a Demonte, collaborarono a quei progetti gli ingegneri Del Sante, Rebaudengo, Piol, Ponzano, Mercurio, Faggian, e il professor Sce che forniva consulenza matematica su tutti i progetti.

Il progetto del lettore ottico di caratteri fu chiuso nel ’70, perchè quel prodotto avrebbe avuto un costo industriale dell’ordine di 30 milioni per unità, un valore proibitivo per sperare in un successo sul mercato. La lettura ottica di caratteri costituisce ancora oggi un problema tecnico molto difficile, mentre le soluzioni alternative della lettura magnetica e della trasmissione elettronica via cavo o etere erano allora, e sono ancora oggi, molto più semplici ed economiche.

Il successo scientifico-tecnico di quel progetto, anche se non coronato da un corrispondente successo industriale, dimostrava la vocazione di Perotto per l’innovazione più avanzata e più rischiosa, e l attitudine alla ricerca scientifica anche accademica. Un’attitudine che ben si sposava con l’amore dell’insegnamento, come dimostrato dai molti anni di incarico universitario presso il Politecnico di Torino e, successivamente, dalla presidenza di Elea, l’importante società di formazione del gruppo Olivetti.

L’innovatore industriale. Il giovane ingegner Perotto entra in Olivetti nel 1958, dopo un breve periodo di lavoro passato al Politecnico di Torino, come assistente del professor Ferrari, e, successivamente, in FlAT.

Nonostante la giovane età gli viene assegnato un ruolo importante nel gruppo di progettisti guidato dall’ingegner Mario Tchou, figlio dell’ambasciatore cinese a Roma, che Adriano Olivetti ha reclutato dalla Columbia University. Quel gruppo è stato costituito a Pisa pochi anni prima, in stretta collaborazione con l’Università di Pisa per sviluppare i primi calcolatori elettronici italiani. E’ stato Enrico Fermi a consigliare quell’avventura per impiegare il contributo di 150 milioni (qualche miliardo di adesso) che generosamente i comuni di Pisa, Lucca e Livorno hanno versato per la costruzione di un elettrosincrotrone, che si e poi deciso di realizzare a Frascati. L’accordo stipulato dall’Olivetti con l’Università di Pisa prevedeva dapprima la costituzione di un gruppo misto di ricercatori e progettisti accademici e industriali e, successivamente, la costruzione di un calcolatore scientifico presso l’università (la C.E.P., o Calcolatrice Elettronica Pisana) e di un calcolatore commerciale presso i laboratori industriali dell’Olivetti.

Dopo la fase di studio congiunto, il laboratorio dell’Olivetti è stato trasferito a Borgolombardo, alle porte di Milano, ove si completano i prototipi dei primi calcolatori, l’ELEA 9001 e, successivamente, l’ELEA 9003, il primo calcolatore interamente transistorizzato della storia. L’ELEA 9003 è probabilmente il più avanzato del mondo dal duplice punto di vista dell’architettura del sistema e della tecnologia impiegata. Inoltre, I’azienda sta operando una radicale trasformazione della propria vocazione industriale, avviando la progettazione e la produzione di stampanti, lettori e perforarori di nastri e schede, fatturatrici, convertitori.

Sfortunatamente, nel 1960 muore Adriano Olivetti, I’apostolo della conversione da azienda meccanica ad azienda elettronica, e l’anno successivo Mario Tchou perde la vita sulla terza corsia dell’autostrada Milano-Torino. Le spese sostenute per entrare nel nuovo comparto produttivo e l’investimento finanziario affrontato per acquistare l’americana Underwood che avrebbe dovuto facilitare l’ingresso nel mercato americano portano l’indebitamento a 200 miliardi di lire e inducono il comitato di risanamento e il consiglio di amministrazione alla chiusura delle attività elettroniche e al rientro nel settore della meccanica. Così, nel ’64 l’intero settore elettronico viene ceduto alla General Electric.

Scriverà 36 anni dopo Pier Giorgio Perotto: ”La cessione della divisione elettronica Olivetti maturò – in tragica e assurda coincidenza con l’avvio della rivoluzione microelettronica mondiale – per la precisa determinazione dei poteri forti della finanza e dell’industria nazionale ad uccidere l’iniziativa, nella totale indifferenza delle forze politiche. Ricordo perfettamente una dichiarazione del professor Valletta (presidente della Fiat e ispiratore del gruppo di intervento che all’inizio del 1964 prese le redini dell’Olivetti) a proposito della crisi: ”La società di Ivrea e strutturalmente solida e potrà superare senza grandi difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”.

Non ci volle molto a capire, quando il nuovo management si insediò ai comandi, quale sarebbe stata la sorte dell’elettronica. Non fu detto nulla di ufficiale, ma la strategia fu quella di un rilancio generale di tutti i prodotti meccanici; e la cosa fu pensata in grande stile, organizzando una presentazione alla mostra internazionale dei prodotti per l’ufficio, nell’ottobre del 1965 a New York.

Poco dopo, a proposito della cessione della divisione elettronica alla General Electric, Perotto aggiungerà: ”Fu detto che l’operazione e la conseguente collaborazione con la G.E. sarebbe servita a riversare sull’Olivetti i frutti dei grandi laboratori di ricerca americani, che l’elettronica Olivetti non moriva e che in futuro ne avrebbe tratto dei giovamenti; ma tutti si resero conto che si trattava di una mistificazione. E più di tutti me ne resi conto io stesso che, avendo partecipato alle trattative e lavorando nei laboratori elettronici ceduti agli americani (dei quali potei saggiare l’arroganza e le loro intenzioni esclusivamente commerciali), ebbi l’occasione di conoscere le vere motivazioni dell’operazione. Per questo ebbi la malaugurata idea, da giovane ingenuo, di contestare la cessione, ottenendo il risultato di essere dagli americani restituito all’Olivetti, con la preghiera di togliermi di torno.” Così, Pier Giorgio Perotto torna in Olivetti e costituisce quel gruppo di progettisti a cui ho accennato sopra parlando del lettore ottico di caratteri. Il suo sogno e realizzare una linea completa di prodotti per l’ufficio basata su tecnologie elettroniche. Racconterà sempre Perotto: ”La cosa sembrava allora tanto più inverosimile e improbabile in quanto negli anni ’60 esistevano solo grandi calcolatori, operanti in centri di calcolo ben lontani dal mondo degli uffici, e nessuna persona ragionevole pensava che si potessero fare delle macchine elettroniche di costo e dimensioni tali da stare sulla scrivania di un singolo individuo. Venni quindi confinato con qualche collaboratore in un piccolo laboratorio di Milano, in territorio ormai della G.E., perchè se agli americani ero inviso, il clima ad Ivrea, tempio della meccanica, non era molto migliore. Ma questa volta il gruppo di intervento, che aveva puntato tutto sul rilancio della meccanica, fu davvero sfortunato, perchè una piccola grande idea germogliò inaspettatamente nel mio laboratorio: quella del computer personale (anticipando di ben dieci anni i P.C. introdotti in America!).

Non voglio qui raccontare le drammatiche vicende che portarono a questo risultato. Ma l’imbarazzo e l’indifferenza con cui il nuovo management accolse la notizia dell’imprevista epifania emersa dalle stive dell’azienda ebbero almeno il merito di portare a una timida ma positiva decisione: quella di esporre la nuova macchina, come puro modello dimostrativo, in una saletta riservata della mostra newyorchese.

Quello che non fece la strategia, lo fece il complesso di colpa legato alla cessione dell’elettronica e la voglia di far vedere che la Olivetti, in fondo, si, qualcosa di esplorativo con l’elettronica, pur non credendoci, faceva ancora. Quello che successe alla fiera fu però straordinario e sconvolgente: il pubblico americano capì perfettamente quello che il management dell’azienda non aveva capito, ossia il valore rivoluzionario della ”Programma 101”; trattò con assoluta indifferenza i prodotti meccanici esposti in pompa magna e si assiepò nella saletta per vedere quello che il nuovo prodotto era in grado di fare. La stampa, specializzata e non, segno con i suoi articoli entusiastici il successo di una presentazione e di un evento non voluto. In pratica, il nuovo computer fu letteralmente risucchiato dal mercato: si può dire che non fu venduto, fu solo comprato! ”La perottina” appare subito a tutti come un’autentica meraviglia tecnologica. Usa una scheda magnetica come dispositivo di ingresso/uscita da utilizzarsi anche come memoria di massa. Adotta un linguaggio di programmazione ”ad hoc”, studiato in funzione delle esigenze di ricercatori di tutte le discipline, anche di quelli molto lontani dal nuovo mondo dell’informatica. Nel meraviglioso gioiello spicca la perla della memoria a magnetostrizione, che Perotto ha voluto realizzare perchè i nuclei ferritici sarebbero stati troppo pesanti e ingombranti per quel tipo di macchina. Sfortunatamente, quella tecnologia sarà sconfitta dalle memorie a stato solido, di struttura più semplice della linea magnetostrittiva; tuttavia, a mio giudizio, quell’invenzione merita di essere ricordata come il simbolo di un livello scientifico di assoluta avanguardia mondiale. Il mondo accademico e il primo a impadronirsi del nuovo prodigioso strumento di lavoro che consente al singolo ricercatore di sviluppare autonomamente i programmi di cui ha bisogno e di mandarli in esecuzione senza l’intermediazione dei tecnici che disciplinavano e inevitabilmente condizionavano in quegli anni l’accesso alle risorse di calcolo. Ricordo che un anziano collega, il prof. Mario Boella, grandissimo ricercatore e sperimentatore operante in quel settore che si chiamava allora ”delle correnti deboli”, l’uomo a cui è stato dedicato il nuovo, importante istituto di ricerca nelle telecomunicazioni, lavorò un’intera settimana a tempo pieno per imparare tutti i segreti della macchina.

II Perotto-pensiero.

Non mi soffermo oltre sull’importanza scientifica, tecnologica ed industriale del lavoro di Perotto, perché ben nota a molti e ampiamente ricordata negli articoli di questi giorni. E invece meno noto il contributo di pensiero da Lui portato, soprattutto negli ultimi anni, attraverso i libri e gli articoli, sull’importanza delle innovazioni, di Internet in particolare, sulle prospettive dello sviluppo industriale, sul nuovo scenario dei rapporti politici e sociali. Le sue riflessioni hanno il grande e raro pregio della non omogeneizzazione con i modelli socioeconomici standard di interpretazioee del mondo, e, a mio giudizio, rivelano una profondità e ampiezza di analisi che non si ritrovano in altre fonti, neppure nelle più qualificate. Per l’importanza di questi contributi intendo ritornare sull’argomento dopo una rilettura completa della sua opera bibliografica. Ho notato che una figura eccezionale di uomo, studioso, ricercatore, ingegnere avrebbe meritato di essere ricordata con ben altro risalto di quanto dato dai mass media nei giorni successivi alla sua scomparsa.

Abbiamo il dovere di evitare che quella figura finisca nel dimenticatoio, come è successo ai grandi ingegneri della Roma antica.